
Da Redazione WeekNews- Editor Vittorio Adelfi.
Roma, Lunedi 28 Settembre 2026
Nota di Redazione)
Viviamo in un’epoca in cui un algoritmo può clonare una voce, replicare uno stile pittorico, generare documenti perfetti e falsificare un’identità digitale in pochi secondi. Di fronte a questa accelerazione tecnologica, distinguere l’autentico dal contraffatto è diventato una delle grandi sfide non solo per il mercato dell’arte, ma per l’intera economia della fiducia. È possibile blindare la realtà materiale e digitale contro l’inganno dei deepfake? A questa domanda cruciale risponde la riflessione della Dott.ssa Angelica Bianco (Presidente della Commissione Empowerment, Etica e Legalità), che prende le mosse da un’intuizione artistica pionieristica: l’opera Michael’s Gate del maestro Gilberto Di Benedetto (Hypnos), la quale già nel 2011 aveva anticipato i confini della certificazione d’autenticità. Di seguito pubblichiamo il suo intervento.
FALSI, DEEPFAKE E AUTENTICITA’ : QUANDO L’ARTE HA ANTICIPATO IL FUTURO
By ANGELICA BIANCO

Michael’s Gate: il quadro che aveva anticipato l’era dei deepfake.
Prima dell’intelligenza artificiale generativa, un artista italiano aveva già posto una domanda destinata a diventare globale: come dimostrare che un’opera, un oggetto o un’identità sono davvero originali? Oggi l’intelligenza artificiale è capace di imitare un volto, clonare una voce, riprodurre uno stile pittorico, generare documenti e costruire identità digitali estremamente credibili.
Ma oltre quindici anni fa qualcuno aveva già intuito il problema. Non era un informatico della Silicon Valley, ma un artista italiano: Gilberto Di Benedetto, in arte Hypnos. L’opera al centro di questa storia è Michael’s Gate. Nel 2011 fece parlare di sé per una caratteristica allora sorprendente: sul retro era stato applicato il cosiddetto Dna-artfirm, un dispositivo contenente materiale biologico riconducibile all’artista.
L’idea era semplice e radicale: se una firma può essere copiata, il patrimonio genetico dell’autore può diventare un ulteriore elemento di verifica. Oggi quella intuizione assume un significato molto più ampio, perché il problema non riguarda più soltanto i falsari d’arte, ma chiunque abbia bisogno di dimostrare con certezza da dove proviene qualcosa e a chi è realmente collegato. Per secoli abbiamo costruito la fiducia attraverso firme, timbri, certificati e numeri di serie.
L’intelligenza artificiale sta rendendo più fragile proprio questo sistema. Se un algoritmo può ricreare una fotografia, una voce, una firma o lo stile di un autore, la domanda non è più soltanto “che cosa sto guardando?”, ma “posso dimostrare da dove arriva?”. È qui che Michael’s Gate smette di essere soltanto un’opera e diventa un precedente concettuale. L’idea originaria potrebbe evolvere in quella che potremmo chiamare Genetic Key: non il DNA esposto o utilizzato come password biologica, ma una credenziale derivata da un’identità verificata, protetta attraverso sistemi crittografici e collegata in maniera univoca all’oggetto.
Il dato biologico resterebbe custodito e protetto, mentre a circolare sarebbe soltanto la prova della corrispondenza. L’opera avrebbe così una doppia dimensione: una fisica, fatta di tela, pigmenti, materia e gesto artistico, e una digitale, costruita attraverso informazioni verificabili sulla sua storia, sulle analisi effettuate e sui successivi passaggi di proprietà. A questo sistema potrebbero aggiungersi la scansione microscopica della superficie, l’analisi dei pigmenti e una vera impronta digitale dell’opera, utilizzabile anche dall’intelligenza artificiale per confrontare l’originale con eventuali copie. Arte, biologia e crittografia diventerebbero così parti dello stesso sistema, non per sostituire storici dell’arte e periti, ma per fornire ulteriori livelli di prova. Ed è qui che Michael’s Gate cambia dimensione.
Lo stesso principio potrebbe essere applicato a un gioiello, un orologio, un’automobile da collezione, una bottiglia di vino pregiato, un capo di alta moda, un manoscritto, un contratto o un prodotto industriale di grande valore. Il mercato non sarebbe più soltanto quello dell’arte, ma quello della fiducia. In una società nella quale distinguere il vero dal falso diventa sempre più complesso, poter certificare con precisione la storia di un bene potrebbe trasformarsi in una delle infrastrutture invisibili dell’economia digitale.
Per questo l’aspetto più interessante di Michael’s Gate non è necessariamente la sua valutazione economica, ma l’idea che porta con sé. Hypnos, cercando un sistema per rendere riconoscibile una propria opera, potrebbe aver anticipato una delle questioni centrali del nostro tempo: come restituire certezza in un’epoca nella quale la tecnologia può imitare quasi tutto? Nel 2011 sembrava una provocazione artistica. Nel 2026, nell’era dei deepfake e dell’intelligenza artificiale generativa, appare sempre più come un problema industriale. Michael’s Gate è la porta. La Genetic Key potrebbe essere la chiave. E oltre quella soglia potrebbe esserci non soltanto il futuro dell’arte, ma un nuovo modo di certificare ciò che ha valore.
Dott.ssa Angelica Bianco


Da Uff. Stampa WeekNews – Magazine – Editor Cav. Vittorio Adelfi



















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