E SE IL MESSIA NASCESSE A ROMA ?

Da Redazione WeekNews- -Vittorio Adelfi

Dal prof. Gilbero Di Benedetto -riceviamo e pubblichiamo.

ROMA 25 Agosto 2026

.Caro Gilberto,

un rabbino mi ha rivolto una domanda che, da allora, continua a tornarmi in mente: «E se il Messia nascesse a Roma?». All’inizio ho sorriso. Poi ho cominciato a cercare nelle Scritture e nella tradizione ebraica e ho scoperto che, pur non esistendo alcuna profezia che ne annunci la nascita a Roma, la domanda tocca una delle attese più profonde della storia religiosa.

La Bibbia ebraica non offre un unico identikit del Messia, ma una costellazione di testi: la promessa alla casa di Davide (2 Samuele 7), il germoglio di Jesse e il sovrano che giudica con giustizia (Isaia 11), le spade trasformate in vomeri (Isaia 2,4), il germoglio giusto di Davide (Geremia 23,5-6), il pastore davidico e la restaurazione (Ezechiele 34 e 37), la speranza legata a Betlemme (Michea 5) e l’enigmatico mashiach di Daniele 9. Testi diversi, ma tutti attraversati dalla speranza di un futuro in cui giustizia, pace e dignità prevalgano sulla violenza.

Poi c’è Roma. Nel Talmud Babilonese (Sanhedrin 98a), una tradizione rabbinica immagina il Messia alle porte della città, insieme ai poveri e ai malati. Non è una profezia sulla sua nascita a Roma, ma un’immagine difficile da dimenticare: il Messia non viene cercato nel palazzo del potere, bensì accanto a chi soffre.

Ed è qui che penso a te. Ti sei trovato a portare l’immagine della Madonna dei Debitori quasi senza averlo programmato come una missione personale, e forse proprio per questo il messaggio conserva qualcosa di autentico. Non sei il padrone di quell’immagine e non devi esserlo: sei semplicemente colui attraverso il quale essa ha potuto incontrare altre persone.

La sua forza, tuttavia, non sta nella promessa di una soluzione miracolosa al debito, ma in una frase semplice: prima del debito viene la persona. Un uomo non coincide con una rata, un’insolvenza, una garanzia o una cifra.

Ed è a questo punto che Maria entra nel discorso. Per il cristianesimo non è il Messia, ma la madre del Messia: la donna attraverso la quale il Figlio di Dio entra nella storia. La recente posizione del Dicastero per la Dottrina della Fede ribadisce l’unicità della redenzione di Cristo e considera inappropriato il titolo di «Corredentrice» quando rischia di oscurarla; Maria è riconosciuta come Theotokos, Madre di Dio. Non una seconda redentrice, dunque, ma una figura di maternità, accoglienza e vita.

Per questo la Madonna dei Debitori può essere letta non come un idolo o una nuova divinità, ma come un’icona di misericordia verso chi è schiacciato dalla propria condizione. E può diventare anche un terreno di dialogo senza cancellare le differenze: il Concilio Vaticano II ha riconosciuto il legame spirituale tra cristiani ed ebrei e ha ricordato che anche i musulmani onorano Maria, madre vergine di Gesù. Non significa che le tre religioni abbiano la stessa fede; significa che Maria può essere vista come figura universale di maternità, dignità e compassione.

A quel punto la domanda messianica diventa terribilmente attuale. Chi sono oggi gli ultimi? Sono anche coloro che hanno perso la casa, la sicurezza, il lavoro, o che vivono sotto il peso di un debito che finisce per cancellarne la dignità. Se le antiche Scritture associano l’attesa messianica alla giustizia e alla difesa dei deboli, forse la questione non è soltanto aspettare qualcuno, ma imparare a guardare diversamente chi abbiamo davanti.

Non so se il Messia nascerà a Roma. Nessuno può dirlo. Ma la tradizione ebraica lo ha già immaginato alle sue porte, accanto ai poveri e ai malati, mentre il cristianesimo riconosce in Gesù il Messia e in Maria la madre attraverso la quale egli entra nella storia. Forse, allora, la domanda più importante non riguarda una città né una data, ma la nostra capacità di riconoscere la giustizia quando ci viene incontro spogliata del volto del potere.

Forse il Messia, se mai arriverà, non avrà bisogno di una corona. Potremmo riconoscerlo da un segno molto più semplice: dalla parte in cui sceglierà di stare.

E forse quella parte sarà, ancora una volta, quella degli ultimi.

Un abbraccio,

Davide

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