DA DOVE VIENE L’ORIENTE? – L’IMMAGINARIO DISCORSO DI BETTINO CRAXI


Di Gilberto Di Benedetto, Psicologo e Psicoterapeuta 

Ci sono domande che attraversano il tempo senza perdere attualità. Una di queste è: da dove viene l’Oriente e dove va l’Occidente? Se oggi Bettino Craxi fosse chiamato a rispondere, probabilmente eviterebbe la retorica dello scontro tra civiltà e leggerebbe il nuovo ordine mondiale con il pragmatismo che ha sempre contraddistinto la sua visione politica. Non partirebbe dalle ideologie, ma dai rapporti di forza, dagli interessi nazionali e dalla capacità degli Stati di costruire il proprio futuro.

Direbbe che l’Oriente non è diventato protagonista all’improvviso. La sua ascesa è il risultato di decenni di programmazione, investimenti, disciplina industriale, ricerca scientifica e presenza crescente nei mercati globali. Mentre molte democrazie occidentali vivevano nella convinzione che la globalizzazione avrebbe consolidato per sempre il loro primato economico e politico, le grandi potenze asiatiche preparavano con metodo il proprio ritorno al centro della scena internazionale.

L’errore dell’Occidente, secondo questa lettura, non sarebbe stato quello di aprirsi al mondo, ma di credere che la storia avesse smesso di produrre competitori. Nessuna supremazia è definitiva. Ogni civiltà che smette di investire, di innovare e di coltivare una visione strategica finisce inevitabilmente per perdere terreno.

Craxi avrebbe probabilmente rivolto uno sguardo critico anche all’Europa, riconoscendone la straordinaria forza economica ma denunciandone la persistente fragilità politica. Un continente capace di produrre regole, ma troppo spesso incapace di produrre decisioni; un gigante commerciale che fatica a parlare con una sola voce quando si tratta di politica estera, sicurezza, energia e difesa. L’Europa continua a essere una grande potenza economica, ma rischia di trasformarsi in un osservatore degli equilibri mondiali anziché in uno dei loro protagonisti.

Anche il rapporto con gli Stati Uniti sarebbe affrontato senza sudditanza e senza ostilità. L’alleanza atlantica rimarrebbe un pilastro della sicurezza occidentale, ma un alleato credibile è colui che contribuisce alle scelte comuni, non chi si limita ad accettarle. Allo stesso modo, la Cina non verrebbe descritta come un nemico ideologico, bensì come un concorrente globale con il quale confrontarsi difendendo gli interessi europei senza rinunciare ai principi democratici.

L’Italia, in questo scenario, tornerebbe a occupare il centro del ragionamento. Craxi ricorderebbe che la posizione geografica non è un dettaglio, ma una risorsa strategica. Il Mediterraneo rappresenta il punto di incontro tra Europa, Africa e Medio Oriente, crocevia di energia, commercio, sicurezza e migrazioni. Rinunciare a esercitare un ruolo in quest’area significherebbe accettare che altri decidano per noi. La politica estera, in fondo, non è un lusso per grandi potenze: è uno strumento indispensabile anche per un Paese come l’Italia, che ha tutto l’interesse a essere protagonista e non semplice spettatore.

Forse il messaggio finale sarebbe il più attuale. Il confronto tra Oriente e Occidente non si vincerà con la nostalgia del passato né con la paura del futuro. Si vincerà con la qualità delle classi dirigenti, con la capacità di programmare, di investire nella conoscenza, nell’industria, nell’innovazione e nella credibilità delle istituzioni. Le nazioni non decadono perché altri crescono; decadono quando smettono di interrogarsi sul proprio ruolo e rinunciano a costruire il domani.

È il vantaggio della fantapolitica: consentire di immaginare le parole di un protagonista del passato per riflettere sulle inquietudini del presente. Non per attribuirgli idee che non ha mai espresso, ma per verificare se il suo metodo – quello del realismo politico, della centralità dell’interesse nazionale e della responsabilità della leadership – possa ancora offrire qualche spunto in un mondo che cambia con una velocità senza precedenti.

Da Redazione _Prof.Gilberto Di Benedetto


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