
Da Resazione WeekNews Magazine – Editor Vittorio Adelfi
Roma, 120 Ottobre 2026
By Gilberto Di Benedetto
PRIMA DI CONDANNARE I GIOVANI, PROCESSIAMO LA SOCIETÀ
Pretendiamo legalità dai ragazzi, ma quale esempio offriamo loro? La violenza va fermata, certo. Ma una società che non sa riconoscere le proprie responsabilità rischia di punire le conseguenze senza affrontarne le cause.
Di Gilberto Di Benedetto
C’è una domanda che la politica e la società dovrebbero porsi prima di invocare nuove pene contro i giovani: chi li ha educati al mondo contro cui oggi si ribellano?
Un ragazzo cresce osservando gli adulti. Impara dai loro comportamenti molto più di quanto apprenda dai loro sermoni. Se gli insegniamo l’onestà, ma vede che l’opportunismo e la scorciatoia aprono le porte del potere; se gli parliamo di merito, ma le opportunità restano distribuite in base a ricchezza e relazioni, quale credibilità conservano le nostre parole? La crisi dei giovani è, prima di tutto, una crisi di credibilità degli adulti.
Da decenni la cultura dei consumi alimenta desideri illimitati, esibisce privilegi e identifica il successo con il denaro, l’apparenza e la capacità di possedere. Un modello che, innestandosi su profonde trasformazioni mediatiche e sociali, ha ridefinito il nostro dibattito pubblico. Il problema non è desiderare una vita migliore, ma promettere a tutti gli stessi traguardi senza garantire a nessuno pari opportunità di partenza.
Un adolescente vede ricchezze ostentate, corpi trasformati in simboli di status e vite apparentemente perfette sugli schermi. Poi guarda la propria realtà: una famiglia che fatica, una scuola sfilacciata, un futuro incerto che sembra appartenere sempre a qualcun altro. La distanza tra ciò che la società gli insegna a desiderare e ciò che gli consente di raggiungere diventa così una ferita profonda.
Non tutti reagiscono allo stesso modo. La maggioranza affronta le difficoltà in silenzio; altri sperimentano isolamento, risentimento o rabbia distruttiva. Sarebbe sbagliato confondere il disagio con la delinquenza, ma sarebbe delittuoso ignorare il terreno in cui quel disagio germoglia. La rabbia non assolve chi commette violenza, ma comprenderne le radici è indispensabile per prevenirla.
Quando Milano, Roma o Parigi diventano teatro di scontri e saccheggi, la risposta pubblica è quasi automatica: più repressione, pene più severe, nuovi divieti. La sicurezza è un diritto fondamentale e chi aggredisce o distrugge deve rispondere delle proprie azioni. Ma una politica che si limita a punire interviene soltanto sul sintomo. Una legge può fermare un’aggressione; non può, da sola, restituire fiducia nelle istituzioni, creare lavoro o offrire ai ragazzi una prospettiva credibile.
C’è anche un pericolo democratico da non sottovalutare: nella storia, le emergenze e le provocazioni sono state talvolta strumentalizzate per alimentare la paura e giustificare misure eccezionali. Per questo ogni richiesta di nuovi poteri repressivi va valutata con rigore e rispetto dei diritti, così come l’eventuale presenza di infiltrati o agitatori va verificata sulle prove, non trasformata in un sospetto permanente.
La questione decisiva resta un’altra: quale autorità morale può rivendicare una società che pretende dai giovani comportamenti virtuosi senza essere disposta a esaminare i propri?
Prima di accusarli di inseguire il denaro e l’immagine, interroghiamoci sui modelli che abbiamo reso dominanti. Prima di pretendere rispetto per le regole, rendiamo le istituzioni credibili attraverso l’equità, la trasparenza e la responsabilità. Un ragazzo ha bisogno di limiti, ma anche di ragioni per accettarli. Ha bisogno di regole, ma soprattutto di vedere che valgono per tutti e che la dignità non dipende dal conto in banca dei genitori.
La vera sfida non è scegliere tra permissivismo e repressione. È costruire una comunità capace di coniugare sicurezza e giustizia, fermezza e inclusione.
Una società matura non è quella che punisce più duramente i propri figli, ma quella che sa fermare la violenza senza rinunciare a capire, correggere i propri errori senza cercare capri espiatori e offrire un futuro che meriti di essere vissuto. E forse, prima di pretendere che siano i ragazzi a cambiare, dovremmo finalmente avere il coraggio di iniziare da noi.
Gilberto Di Benedetto


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