
Dà Redazione WeekNews- Editor Vittorio Adelfi.
Caserta, Venerdi 18 Settembre 2026
By Massimo Capasso
VALLANZASCA, L’ULTIMO MITO CRIMINALE CHE INTERROGA IL NOSTRO INCONSCIO
Perché anche gli onesti, per un attimo, tifano per il cattivo.
Tempo fa, guardando la serie su Riina – quella con Claudio Gioè, per intenderci – mi accorsi di un dettaglio inquietante. Tutti quelli che seguivano con me la puntata del suo arresto, persone onestissime e irreprensibili, provavano un sottile dispiacere nel vedere che il cattivo non ce l’aveva fatta.
La ragione di questo sdoppiamento momentaneo va ricercata nelle profondità dell’inconscio collettivo. Lì dove gli istinti non sono stati addomesticati, ma programmati per la sopravvivenza del singolo nella società, conservano ancora una fortissima carica pulsionale.
Allora scappare, andare contro le regole, cacciare prima di essere cacciato, esercita un fascino primordiale. Ci rappresenta più del ligio, e a volte noioso, servire lo Stato. In fondo, nei criminali ci rispecchiamo perché, anche solo attraverso un attore, gli invidiamo quel coraggio e quella libertà che noi abbiamo barattato con la sicurezza.
Poi la ragione torna, e nella realtà siamo subito, giustamente, contro il criminale in ogni senso.

Questa è l’overture necessaria per raccontare di Renato Vallanzasca, che ormai è in fin di vita.
Un criminale in ogni senso, sia chiaro. Ma con un suo codice. Un codice che ancora affascina, come trent’anni fa il bel René della Milano da bere metteva in fila donne di ogni ceto sociale per un drink al volo, in un mix di emozioni proprio perché era latitante.
Renato, prima o poi, incontrerà le sue vittime innocenti e dovrà dare a loro, oltre che al Padreterno, le spiegazioni del suo vivere a tremila all’ora.
Va detto però, ed è un dato riscontrato: in carcere Vallanzasca non ha mai permesso un sopruso. Neanche al Cutolo nazionale, che pure godeva di protettorati politici. Era un assassino, ma un tratto di coerenza, anche marginale, lo aveva. Non veniva meno alla sua parola e non tradiva.
Troppo pericoloso per uno Stato che, guidato dalla cloaca di Tangentopoli, non poteva né controllarlo né comprarlo. Troppo pericoloso in libertà, quindi da arrestare subito, con la prospettiva di buttare via la chiave. Come fu.
Massimo Capasso

Dà Redazione WeekNews- Grafica Vittorio Adelfi

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