
Da Redazione WeekNews- Editor Vittorio Adelfi.
Roma 20 Settembre 2026
La massimina del giorno
“Tutto si paga, prima o poi, in questa vita.
Il tradimento si paga, le bugie si pagano, le cattiverie fatte in silenzio, quelle che nessuno ha visto si pagano lo stesso, perché magari le persone riescono anche ad ingannare gli altri, riescono a raccontare una versione diversa, a sembrare Innocenti, a far credere che non sia successo niente, ma c’è un giudice che non si può prendere in giro e quel giudice si chiama tempo.
Il tempo non urla, non si dimentica, tutto si paga, prima o poi, in questa vita”.
Cit.
Il tempo non è un giudice: è un boia silenzioso.
Non discute, non ascolta scuse, non si lascia intenerire da chi finge innocenza.
Registra ogni gesto, ogni menzogna, ogni colpo dato di nascosto, e poi aspetta il momento giusto per restituire tutto con gli interessi.
Chi tradisce crede di farla franca perché nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno ha capito.
Ma il tempo vede sempre. E quando decide di presentare il conto, non concede appelli: smonta le maschere, sbriciola le versioni comode, espone la verità nuda e crudele.
È lì che si capisce che certe azioni non evaporano, non si dissolvono, non si cancellano. Restano. E tornano.
Perché il tempo non perdona, non dimentica, non assolve. Il tempo pretende.
E chi ha seminato falsità, prima o poi, scopre che il raccolto è devastante.
Questo è il lavoro del tempo: non punisce, ma distrugge le illusioni.
A.M.
Felice domenica a tutti voi! 🩷

by Vittorio Adelfi, editor
Tutta la Bibbia, da qualsiasi versante o angolatura la si guardi — scientifico, di fede, storico ed anche fantasy —, ha come oggetto una rottura: quella tra un Creatore e una creatura. Tutte le interpretazioni dottrinali, filologiche, religiose e simili hanno in comune questo aspetto fondamentale. La stessa strutturazione psichica dell’essere umano è armonizzata sugli archetipi, e nel corso del suo divenire nel tempo, l’uomo ha cercato mille modi per ricomporre questa frattura, affidandosi alla religione o all’indagine sulla struttura psichica dell’individuo e delle masse. Molti hanno persino visto nel libero arbitrio la conclamazione dell’esistenza di Dio rispetto alla figura creaturale realizzata.
Il dramma della separazione e la mappa di una ferita
Osservare i testi sacri e la parabola dell’essere umano attraverso la lente della frattura originaria significa spostare il baricentro del discorso religioso, storico e culturale su un piano profondamente esistenziale. Indipendentemente dall’approccio scelto — che sia l’indagine filologica, la lettura di fede, la speculazione scientifica o persino la chiave narrativa del grande scontro cosmico (“fantasy”) — il filo rosso che attraversa la Bibbia è il racconto di una separazione tra il Creatore e la creatura.
Questo strappo non si riduce a un semplice dogma dogmatico o a una colpa storica: diventa il trauma fondativo dell’autocoscienza umana. L’uomo sperimenta costantemente il peso del proprio limite a confronto con l’infinito, percependo un’assenza che ha bisogno di essere colmata.
I tentativi di sutura: tra rito, psiche e archetipi
Nel corso del suo divenire nel tempo, l’umanità non ha fatto altro che cercare mille modi per ricomporre questa frattura. È qui che il testo suggerisce un parallelismo affascinante e audace:
Da un lato vi è la religione, intesa come il grande sistema di ponti, riti e alleanze volto a riannodare il legame spezzato con il Trascendente.
Dall’altro vi è l’indagine sulla struttura psichica dell’individuo e delle masse, che attraverso la psicanalisi e lo studio degli archetipi esplora lo stesso identico territorio di ricerca.
Sia il tempio religioso che lo spazio profondo dell’inconscio si rivelano tentativi di guarigione, luoghi in cui l’uomo cerca disperatamente di ritrovare un’unità perduta e di dare un nome alle proprie inquietudini ancestrali.
Il paradosso del libero arbitrio
Il passaggio più denso e provocatorio della riflessione risiede nell’interpretazione del libero arbitrio. Pensare alla libertà di scelta non solo come a una prerogativa morale, ma come alla conclamazione dell’esistenza di Dio rispetto alla creatura realizzata, ribalta la prospettiva tradizionale.
È proprio la facoltà di dire “no”, di ribellarsi, di allontanarsi e di compiere una frattura reale e cosciente che conferisce spessore alla figura dell’uomo. Senza il libero arbitrio non vi sarebbe vera alterità, ma un mero meccanismo deterministico. Paradossalmente, è proprio la capacità di smarrirsi — e di acuire quella separazione — a rendere tangibile la grandezza e la presenza dell’Altro, trasformando la nostalgia del ricongiungimento nella forza motrice di tutta la civiltà umana.
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